Quella paura dello straniero, proporzionale alla tolleranza contro le ingiustizie dal sapor patrio

Sono un’insegnante di italiano a stanieri, da trentasei anni abito a Pianura e da dieci anni lavoro per aiutare chi arriva nel nostro paese a non sentirsi straniero, ma accolto e benvoluto, sostenendolo sopattutto nel percorso di apprendimento dell’italiano.

we need to pass

In attesa di giornalisti in grado di decostruire la cattiva informazione di questi giorni, rifletto. Ci accusano di essere buonisti perché crediamo ancora che l’accoglienza sia l’unica soluzione possibile. Ci accusano in preda al terrore alimentato da alcuni fatti di cronaca, amplificati in maniera strumentale dai media.

I media alimentano l’odio e la paura.

Risuonano tra le parole dei telegiornali le parole scabbia, povertà, criminalità associata ai nuovi flussi. Migrante come veicolo di malattia, migrante come veicolo di violenza, odio, povertà (perché anche la povertà si teme, quando si ha la pancia piena e te la buttano in faccia in tutta la sua nudità).

Stategli lontano, sembano dire! Teniamoli lontani! Ma chi sono queste persone? Da cosa scappano e perché, nessuno più se lo chiede. E se fossimo nella loro stessa situazione non faremmo lo stesso anche noi? Non proveremmo a metterci in salvo? La scelta di lasciare il proprio paese non è mai facile. Del resto non è forse quello che stanno facendo migliaia di giovani italiani e italiane (qui)? Noi non siamo forse stati e siamo tutt’ora un paese di emigranti alla ricerca di un lavoro e con esso di un futuro migliore? Ma la litania è sempre la stessa, gli stranieri che vengono qui da noi, che vengono a fare? A delinquere, ovvio!

Così la capacità di riflettere, anche di persone che abbiamo sempre ritenuto in gamba, improvvisamente si arresta. Nessuno è più in grado di distinguere tra immigrazione emergenziale e regolare (per una riflessione sul contributo che gli immigati regolari stanno dando al nostro paese senza che nessuno ne parli o se ne accorga, anche a prezzo di grandi discriminazioni, rimando alla lettura del libro di Chiara Saraceno “Stranieri e diseguali: le disuguaglianza nei diritti e nelle condizioni di vita degli immigrati”, 2014). Nessuno sembra essere più in grado di capire la differenza tra scafisti e grandi organizzazioni criminali e politiche che sono alla spalle dei viaggi della speranza. Di riflettere sulle responsabilità politiche nella destabilizzazione dei paesi da cui queste persone provengono, non se ne parla. Tutto viene messo in un unico grande calderone. Lo straniero, l’immigrato, diventa un tutt’uno con le nostre paure, dietro le quali scompare la nostra capacità di riflette, per lasciare spazio solo a riflessioni razziste e piene di odio.

Si incita all’odio, alla rivolta, alla ribellione, con una foga che non ho mai visto purtroppo rivolgere contro gli scandali che hanno riguadato e che riguardano il nostro paese in questi ultimi anni, per non dire ultimi giorni (e in questi scandali ovviamente includo anche “Mafia capitale”).

Proprio di questi giorni invece è la notizia del ritrovamento di altri rifiuti tossici nel casertano (qui). Mentre nel silenzio più assoluto è passata una strana notizia. A Pianura, che chi mi legge da tempo sa già essere un quartiere della periferia occidentale di Napoli, in contrada Pisani è stato avviata in via sperimentale l’impianto di batteri che possano ridurre i gas tossici ancora presenti nello sversatoio della ex discarica abusiva e ripulire l’aria. La notizia viene passata come notizia positiva subito dopo la notizia del ritrovamento di nuovi rifiuti tossici nel casertano. Io però che vivo a Pianura da oltre trent’anni non mi sento molto rassicurata dal fatto che le esalazioni nocive fino ad oggi le ho respirate e vorrei che si parlasse più di responsabilità che di iniziative “lava coscienza”.

Ma non c’è tempo per riflettere del lavoro che non c’è, dei servizi che mancano, dell’aria cattiva che respiriamo. Non c’è tempo perché c’è l’emergenza immigrazione da affrontare e per far dimenticare che le nostre energie più positive di rivolta, insieme a quelle degli immigrati, potrebbero essere dirette molto probabilmente contro qualcosa di molto più nocivo e di molto più endogeno dello straniero.

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Degli uomini che odiano la bici e le donne (in bici) ovvero della stupidità umana

Il modo in cui le persone che non vanno in bici si rivolgono alle persone che ci vanno non mi sorprende quasi più, vediamo tuttavia cosa accade quando la misoginia incontra l’odio per i ciclisti e per le biciclette in genere.

Ieri stavo legando la mia bici a un palo  quando si sono avvicinati sei tizi in giacca e cravatta.

Questi, come se io non potessi né sentirli né vederli, hanno iniziato a dire, indicandomi, che era assurdo che il comune di Napoli (per la spiegazione dell’uso della minuscola per i nomi istituzionali rimando alla lettura del libro di Marco Ehlardo, Terzo settore in fondo, al quale in questo caso, e non solo, mi ispiro!) avesse speso dei soldi per mettere dei pali per il parcheggio delle bici. Questi simpatici signori, incuranti della mia presenza, continuavano a blaterare con aria di sfida che era stato uno spreco aver messo questi pali a cui era possibile legare al massimo una o due bici, forse sei. Per loro questi pali rappresentavano un inutile spreco di soldi pubblici, come tutti i soldi spesi per le bici in tempo di crisi.

Questi signori, che sicuramente si muoveranno esclusivamente in auto (e molto probabilmente in auto ingombranti, che per costruire i loro parcheggi hanno messo cemento dovunque o così grandi che sulle strisce pedonali te le ritrovi sempre davanti ai piedi a bloccarti il passaggio), questi signori parlavano a due passi da me, come se io non potessi né sentirli, né capirli. E in effetti io non li capivo. Così, nonostante la voglia di legarli tutti e sei al palo dove stavo legando la mia bici, per far vedere loro come fossero utili questi piccoli paletti, per poi cucir loro la bocca, mi sono limitata a dire, ahimé con i mio solito tono di voce pacato (non posso farci niente non sono in grado di gridare, neppure quando sono arrabbiata), che anche un bambino sa che mantenere un’auto costa molto di più che mantenere cento bici, e questo è vero sia per le singole persone che per la comunità.

Ma dei sei signori “so-tutto-io” e “parlo-a-vanvera”, solo uno era rimasto lì ad ascoltarmi, per poi salutarmi con un sorrisetto paternalista e un grande in bocca al lupo (ancor più paternalista), perché a suo dire, anche lui amava le bici, ma mi dovevo stare attenta perché vivo a Napoli e si sa, in questa città rubano tutto.

Ebbene, signore, non si preoccupi, perché se neppure incontri di questo tipo riescono a rubarmi il sorriso, le assicuro che posso stare tranquilla, ho concluso io.
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Un po’ di gentilezza!

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“Un po’ di gentilezza!” dico appena uscita dalla metro. Stiamo per uscire dalla stazione di Campi Flegrei di Napoli e all’inizio della rampa di scale che ci conduce all’uscita, troviamo un passeggino  messo di traverso. La folla rallenta, si riorganizza e dopo un attimo di esitazione continua a fluire veloce, mentre un signore urla: “e poi dicono che uno li piglia e li sbatte per aria!”. A due passi dal passeggino, sul bordo delle scale, siedono, con l’aria un po’ disorientata, una donna con una bambina in braccio. Non sono bianche, sono nere e il signore questa cosa sembra proprio non sopportarla, perché è ai neri che si riferisce quando parla al plurale “loro”.  E così si rivolge, ma che dico, si scaglia contro la donna nera urlando: “e sposta quel passeggino, muoviti!”. “Un po’ di gentilezza!” dico, disgustata da tutta quella rabbia e accanimento e voglia di protestare che non vedo mai quando si tratta di vivere un’ingiustizia, nell’indifferenza di tutti gli altri. Un po’ di gentilezza insisto quando vedo un uomo, molto distinto, prendere il passeggino e sbatterlo più in là, per liberare la strada. “Più gentile di così?” mi risponde lui, giacca e cravatta e arrabbiato. Eh sì, perchè avrebbe potuto fare di peggio, l’uomo bianco in giacca e cravatta. Quindi devo essergli grata per non avermi fatto assistere ad una scena di razzismo molto più cruda e violenta di questa, nell’indifferenza degli altri! Grazie signore bianco in giacca e cravatta, grazie.

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O’ nomm’ chiù bell’

Nel caos in cui ci si tuffa tutta le mattine per uscire da Pianura, tra la folla ammassata negli autobus che ti portano in centro (no, non si può proprio immaginare quanto si stia stipati negli autobus in questi giorni di caos a Pianura), a salvarmi è il sorriso del ragazzo indiano che rientra tutti i giorni ai Quartieri Spagnoli dopo la sua notte di lavoro come guardiano di fiori, e che mi aiuta a salire sull’autobus intasato e con il suo braccio evita che la porta riaprendosi mi schiacci.

A salvarmi sono le signore che si accostano alle fermate quando sia gli autobus che i pullman-navetta (messi dalla EAV in sostituzione della Cicumflegrea che da circa un mese è chiusa nella tratta Pianura-Soccavo a causa della frana di fine febbraio) sono troppo pieni per poter raccogliere altre persone e smettono di fermarsi e così le signore dicono “chi deve andare al Vomero salga in macchina!”.

A salvarmi sono le chiacchiere con gli altri pendolari che non hanno ancora perso né il sorriso né la gentilezza.

A salvarmi sono i discorsi dei ragazzi che vanno a scuola e nonostante tutto il brutto che ci circonda, parlano di bellezza, della bellezza dei nomi.

Certo lo fanno dopo aver discusso di quanto sia inutile comprare un rolex se poi devi tenerlo in cassaforte e ci puoi solo guardare l’ora, ché oggi ci sono orologi, come quello che ha uno dei ragazzi di più di 200 euro ché gliel’ha regalato “‘a guagliona soia'”, con cui puoi fare ogni cosa, anche il bagno e a me sotto i baffi mi scappa una risata.

Ma poi ecco sul telefonino dei tre spunta una foto di una bambina piccolissima e bellissima, con il braccio sulla fronte che secondo uno dei tre starà pensando “quanti debiti!”. “Antonia”. Si chiama così. E’ la nipotina di uno dei ragazzi. “Antonia perché ‘a mamm’ ha fatt’ nu’ vut’ a Sant’Antonio”. E un altro: “Eh, Antonia mi piace assai, ma o’ nomm’ chiu’ bell’ ‘e tutti e nomm’ è nu’ nomm semplice semplice, di sol’ tre lettere. ‘o ten’ a nipotina mia. Sul’ ess’ si chiamm’ accussì. Nun o’ può proprio immagina’ qual è. E’ Noa. E’ troppo bello!”.

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Della violenza psicologica in famiglia e delle sue conseguenze

Parole che descrivono un episodio di aggressione verbale subito in famiglia, che parlano del dolore, ma anche della graduale presa di coscienza che ne deriva. In esse è possibile intravedere i meccanismi di difesa che in questi casi ritardano o rendono difficile la consapevolezza da parte di chi subisce violenza, ma anche la determinata ricerca di una via di fuga…buona lettura “Nello spazio privato, tra le mura domestiche, c’è chi urla per affermare le proprie ragioni. L’aggressione verbale, gratuita, imprevedibile, improvvisa e la consapevolezza dell’imprevedibilità del suo arrivo può fare male al pari di  un pugno, di uno schiaffio. Quante volte avrei preferito assistere ad una violenza fisica piuttosto che sentire urlare con veemenza. Ad uno schiaffio mi sarei sentita più legittimata a fare le valigie, ad alzare a mia volta la voce per imporre le mie ragioni, per gridare l’ingiustizia del torto subito. E invece no, solo le urla contro di me, contro mia madre, contro di noi a umiliarci, a ferirci, a renderci insicuri. Urla seguite da una valanga di giustificazioni. “E’ fatto così, ma vi vuole bene. E’ li suo carattere, è colpa dell’educazione che ha avuto, il padre era un violento, però lui non vi ha mai picchiato”. E così la coscienza di colui che urlava restava candida, come quella di colui che si crede innocente, mentre la mia si sporcava di sensi di colpa. Alla fine ero io la colpevole, ero io quella che metteva in dubbio la sua buona fede, io a puntargli il dito contro, io che tuttavia lo amavo. L’ho imparato a mie spese, non esistono anticorpi. L’unica soluzione? Sabattere la porta, andare via.” ragazza_con_valigia_1

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Delle celebrazioni di cui non abbiamo bisogno

10385292_10202927912171261_6503135613483023846_n(1)L’anno scorso il giorno della festa della donna siamo state accolte con mimose lì dove svolgevamo un corso di formazione finanziato da fondi europei per donne disoccupate o inoccupate dai 18 ai 35 anni. Venti donne del sud Italia, ognuna con la sua storia, il suo percorso di vita, le sue esperienze formative e professionali, tanta voglia di fare, accomunate solo da una cosa: la mancanza di lavoro.

Di noi hanno detto tanto. Tante sono state le “celebrazioni” alle quali abbiamo preso parte nel corso del nostro anno formativo.

Il primo giorno di corso siamo state accolte con bibite, caffè e pasticcini dalle istituzioni fiere del modo trasparente con cui erano state svolte le selezioni (ma non dovrebbe essere una cosa normale, di cui quindi nessun ente si dovrebbe vantare come se fosse un fatto straordinario?). Siamo state accolte da tanti complimenti e in particolare mi ricordo l’affermazione di uno di questi rappresentanti istituzionali “siete state brave, brave e fortunate!”.

Sì, aveva pronunciato proprio questa parola “fortunate” e io non vi nascondo di essermi già allora molto innervosita. Non considero oggi come ieri la vittoria di un concorso pubblico una fortuna.

Tuttavia per alcuni di loro eravamo delle fortunate pescate dal mare di disperate meridionali in cerca di occupazione e di un futuro decente. Fortunate perché eravamo in buone mani e il nostro percorso formativo era finalizzato al lavoro. Il Comune aveva infatti bisogno di Operatrici per l’Infanzia. La cittadinanza aveva bisogno di asili nido, ludoteche  e di personale specializzato che si occupasse dei bambini e delle famiglie negli ospedali, nelle case famiglie e nei centri di accoglienza diurni.

Il giorno della celebrazione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne ci hanno donato una coccarda arancione, in memoria delle donne uccise per mano degli uomini, ma anche per celebrare la forza delle donne. Ci hanno chiesto di scrivere su un bigliettino arancione quello che pensavamo della violenza sulle donne. C’erano molte esperte di violenza sulle donne che sgranarono gli occhi alle nostre belle e intelligenti parole. “Così giovani e così preparate! Brave!” ci dissero con una pacca sulla spalla, chiedendoci poi gli indirizzi email per partecipare a una lezione di prova per un corso di autodifesa – solo la prima lezione però sarebbe stata gratuita. Peccato noi fossimo tutte disoccupate. Se avessimo partecipato a quel corso però forse ora avremmo saputo difenderci meglio da chi ci parlò a suo tempo di fortuna!

Una grande cerimonia ci fu anche il giorno della consegna dei nostri diplomi. La cerimonia fu organizzata in pompa magna nella sede istituzionale del Comune. Mancava il Sindaco solo perché in quei giorni era stato sospeso dal suo incarico a causa della legge Severino. C’era al suo posto la delegata alla pari opportunità.

Tutti ci dissero che eravamo state brave, in gamba. Le responsabili del progetto erano sorridenti e felici. Il loro progetto era stato un successo. Dal canto nostro eravamo felici, le istituzioni avevano creduto in noi e in noi avevano investito. Noi avevamo portato a termine un percorso formativo che ci era costato molto in termini di tempo e di impegno, ma che ci aveva dato tante soddisfazioni. Il Comune che più di tutti aveva bisogno di Operatrici Per l’Infanzia e di asili nido (visto che solo il 3% della domanda di asili nido pubblici in questa città così difficile è soddisfatta dall’offerta) sapeva di noi, della nostra esistenza e quella giornata ne era una dimostrazione.

Tuttavia così come siamo abituate alle celebrazioni, noi donne dai 18 ai 35 anni del sud, disoccupate, inoccupate o precarie, sappiamo che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Quello a cui siamo abituate infatti sono anche il vuoto e il silenzio che troppo spesso seguono le celebrazioni.

Di vuoto e silenzio quindi ne abbiamo le tasche piene, quello però che proprio non posso sopportare è l’incongruenza e il rumore di certe azioni incorenti che altro non sono che il frutto di politiche e decisioni sbagliate. 

A un anno di distanza dal nostro corso infatti è finalmente uscito un concorso per maestre e per “istruttori socio educativi” da cui le operatrici per l’infanzia sono state escluse.

Non è infatti possibile partecipare a questo concorso per istruttore socio educativo solo con questo titolo. Ma che cos’è questa nuova figura di istruttore socio educativo che viene improvvisamente introdotta nel sistema di assistenza all’infanzia e soppianta le Operatrici dell’Infanzia, per formare le quali si stanno spendendo ancora un sacco di soldi?

Per diventare Istrutttore Socio Educativo, in ogni caso, serve la laurea specifica in scienze dell’educazione dice il bando oppure un titolo equipollente di durata almeno quinquennale. Peccato che per fare l’OPI sia solo necessario un diploma di scuola superiore e che a Torino per il concorso di educatrice di asilo nido il titolo di OPI sia considerato titolo di ammissione.

Peccato che tutte quelle parole di cui abbiamo dovuto riempirci la testa, si siano tramutate in un nulla di fatto. Peccato che chi avrebbe dovuto tutelarci non si è fatto carico delle nostre esigenze e non ha fatto sì che le nostre voci venissero ascoltate. Peccato che tanti soldi pubblici siano stati spesi nella nostra formazione e che ora questo titolo non sia niente di più che una bella esperienza che ci ha permesso ancora una volta di capire che noi siamo solo numeri che servono nel migliore dei casi a far guadagnare soldi a chi organizza corsi di formazione sulla nostra pelle, divertendosi a organizzare celebrazioni per tutte le ricorrenze femminili che il calendario conosce, in modo da ottenere sempre più visibilità.

Con questo auguro buona festa della donna a tutte le persone che lottano affinché le celebrazioni, così come sono, smettano di esistere.

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Napoli, la città dell’amore?

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E’ uscito in questi giorni un articolo di una blogger americana che ha vissuto a Napoli per due anni e che sta facendo il giro del mondo (qui). Si parla di Napoli come città d’amore e di sesso e della grande possibilità che hanno le donne single che passano per Napoli di trovare buoni amanti, capaci di cucinare, cantare e soddisfare tutte le loro voglie.

L’unica cosa provocatoria e dirompente dell’articolo però a me sembra essere la parola vagina, che che compare nel titolo dell’articolo della nostra blogger (“Have a Vagina? Want to use It? Go to Naples”) e che probabilmente resta ancora un tabu a Napoli come altrove, se ogni volta che appare desta tanto scalpore.

Il conenuto dell’articolo infatti smentisce le intenzioni iniziali (c’erano?), riproponendo alla fine una rappresentazione del rapporto uomo-donna e del sesso abbastanza tradizionale e stereotipata, anche se al di fuori di una relazione.

E’ la seconda volta in pochi giorni che sento definire Napoli “la città dell’amore”. Ma la prima volta questo concetto di amore era usato in maniera più ampia e giocosa e variegata di come lo utilizza la blogger americana.

Nell’articolo della blogger americana sono infatti riproposti una serie di stereotipi sull’uomo mediterraneo, dipinto come il vero protagonista della relazione amorosa e sessuale. Insomma seppur è la donna ad andarselo a cercare, è dall’uomo che dipende la buona riusciuta di un incontro d’amore o di sesso secondo la blogger, visto che quello che si cerca è un uomo che sappia fare il suo dovere di amante, come se la soddisfazone della donna a letto dipendesse esclusivamente dalla capicità dell’uomo di saper fare quello che deve fare.

Ma che c’è di nuovo qui quindi? La blogger non propone un punto di vista su Napoli così dirompente quanto vorrebbe farci credere.

Più che l’articolo della blogger poi io trovo terribilmente imbarazzante l’articolo di chi lo ha recensito. Qui ad esempio le donne napoletane sono definite o troppo esigenti o addirittura poco attratte da ciò che il “macho napoletano” è in grado di offrire. Leggiamo infatti: “Dov’è l’errore? Le donne napoletane sono troppo esigenti o semplicemente non bastano gli aspetti superficiali elencati da Roslyn Art?” (?!). Ma quanta compiacenza maschile c’è in queste parole!

E così ci risiamo, un articolo pieno di stereotipi su Napoli e sulle identità di genere, viene definito addirittura “innovativo” e poi strumentalizzato per colpevolizzare le donne (napoletane) che non riescono a capire quanto fortunate sono a vivere dove vivono.

In fondo, come si legge sempre qui, il sogno di “una donna single in cerca di compagnia e amante della bella vita” non è forse quello di andare a Napoli per trovare uomo napoletano che sappia cantare, cucinare e baciare?

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L’Italia, un paese di grandi opportunità!

L’Italia è un paese di grandi opportunità.

Dopo aver presentato diverse domande in varie città italiane, sono stata finalmente ammessa alle prove preselettive per un posto di educatrice di asilo nido del comune di Torino.

Ebbene sì, la mia qualifica professionale è stata qui riconosciuta per svolgere questo lavoro. A Torino, inoltre, il comune si preoccupa ancora di bandire concorsi simili.

Ora però viene il bello! I posti sono tre (di cui uno è riservato per legge ai volontari delle Forze Armate!!!), per 1878 domande! Di queste domande 1851 sono state presentate da donne e 27 da uomini, siamo ancora quasi tutte donne quando si tratta di questi lavori e siamo tutte alla ricerca di un lavoro.

Beh che dire? Vale la pena investire altri soldi in treni e viaggi ché quando li fai ti vien voglia di diventare credente e iniziare a pregare?!

santa

Oggi in ogni caso ho l’ennesimo colloquio per un lavoro che, se andasse bene, mi terrebbe ancorata solo, anzi meglio dire “ancora”, per qualche mese a questo paese che è l’Italia.

Mettiamola così, oggi, per la prima volta da quando sono una lavoratrice precaria, posso dire che se non dovessi passare le selezioni per questo lavoro, non ci resterei male.

Le valigie sono già pronte e la destinazione è chiara!

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Una rabbia, scomoda

La rabbia con cui ti esprimi è della giovane età“, scrivono in riferimento a Le Amazzoni Fuoriose, un blog che parla di cancro al seno da un punto di vista diverso da quello attraverso cui siamo abituate a sentirne parlare. Sul blog de Le Amazzoni Furiose la sofferenza, le sconfitte e le domande, anche quelle più scomode, perché realistiche, trovano spazio. La realtà del cancro al seno ci viene presentata e descritta in tutta la sua crudezza e crudeltà, da chi l’ha vissuta tra l’altro sulla sua pelle. Ci si interroga in quello spazio sulle cause di questa malattia. Perché? Perché sempre più giovani donne si ammalano? Perché ci parlano della diagnosi precoce come l’unico modo per affrontarla?
La rabbia di chi si è ammalata di cancro al seno in giovane età prende forma. Si solleva e ha il sopravvento sul coro di persone che quando parlano della malattia preferiscono farlo in un modo edulcorato richiamando l’attenzione solo sul coraggio e la forza di chi ce la fa o ce l’ha fatta. La rabbia espressa da Le Amazzoni Furiose, spaventa, perché l’imperativo è l’ottimismo, a tutti i costi. Così capita di ricevere rimproveri. Come spesso succede le voci fuori dal coro vengono richiamate all’ordine.

Ma noi non abbiamo bisogno di paternalismi o maternalismi di alcun tipo.
La rabbia espressa da Le Amazzoni Furiose tra l’altro non è senza fondamento.
Le persone di giovane età sono spesso additate da chi crede di essere nel giusto e si fa forte delle sua età adulta. Ma l’età adulta non è sempre sinonimo di saggezza.
Ho conosciuto saggi anche tra i più piccoli, negli asili nido, nelle scuole e nei centri di accoglienza, dove le difficoltà della vita non risparmiano i più giovani solo perché “piccoli”, “giovani” e “non adulti”. Ho conosciuto sprovveduti, persone dotate di scarso senso critico, persone senza imparzialità e opportunisti, persone pronte a puntare il dito contro il prossimo soprattutto nel mondo degli “adulti”. Quante volte gli stessi insegnanti, dall’alto del loro pulpito hanno finito per trasmettere valori “a testa in giù”?
Le persone più grandi di noi da un punto di vista anagrafico ci trattano come ragazzine alle prime armi ogni volta che la nostra competenza e preparazione mette in discussione la loro. Ma per fortuna non sono tutti così.
Altre volte c’è addirittura chi ci accusa di vivere le ingiustizie di questo mondo subite sulla nostra pelle senza arrabbiarci troppo. Per fortuna non sono tutti così.
Insomma qualunque cosa facciamo e in qualunque modo lo facciamo, per una certa  categoria di persone, quelle che “se non la pensi come me, taci perché sei giovane”, sbagliamo.
Siamo stanche del vostro giudizio.
La rabbia probabilmente è tutto ciò che ci resta in questo mondo ingiusto che spesso le stesse persone che ci accusano, a seconda dei casi, di troppa o scarsa rabbia, dimenticano di averci loro stesse consegnato.
Attaccare Le Amazzoni Furiose con questi insulti, o non fare niente per moderarli e contenerli, non è da persona saggia.
Chi attacca una delle Amazzoni Furiose, signori e signore, attacca la rabbia di tutte noi contro le ingiustizie di un mondo che fin ora non ci ha consegnato nulla di buono. Non smetteremo di essere arrabbiate, scordatevelo!

le amazzoni furiose

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Il dramma della malattia o della maternità?

sconosciutiVorrei riflettere inisieme a voi dell’episodio che ieri sera, 27 novembre, Rai tre ha mandato in onda in prima serata nell’ambito del programma “Sconosciuti”. Un programma che “racconta ogni sera la storia di uno di noi. Una storia qualunque, una storia unica. La tua storia, le tue scelte, il tuo viaggio alla ricerca della felicità”.

Ieri sera si è raccontata la storia di due amiche che a 30 anni scoprono di avere un tumore. Una al sistema linfatico, una alla pelle, un melanoma. Le storie hanno un lieto fine. Il vissero tutti e felici e contenti è il leitmotiv di questo palinsesto. Entrambe le donne dunque guariscono del tutto. Nessun accenno alle percentuali di recidiva, neppure per il cancro al sistema linfatico. Si dovesse insinuare nella testa delle persone della negatività? La posititvità, è l’ingrediente principale di queste storie perché la serenità degli italiani, in tempi di crisi, non va ulteriormente turbata.

L’unica preoccupazione della donna colpita dal tumore linfatico del resto è quella della possibilità, dopo il cilco di chemio, di non poter aver più figli. In tempi di scarsa prolificità delle italiane, il tema della maternità e delle gioie che essa comporta non può essere trascurato. Della precarietà invece meglio non parlarne, infatti entrambe le protagoniste di questo racconto, riescono anche a trovare, ovviamente grazie alla loro determinanzione (“noi dobbiamo partecipare per vincere” dice una di loro riferendosi ad un concorso per maestra), un bel posto a tempo indeterminato.

Tornando al loro problema di salute, in ogni caso, si parla sì di come le chemio colpiscano in modo violento il corpo (paragonato ad una fortezza colpita da frecce dall’esterno). L’utero della donna in effetti dopo le chemio non è al suo meglio, anzi. Tuttavia la donna, finiti i cicli di chemio e ormai fuori pericolo, riesce a rimanere incinta e, coincidenza vuole, questo accade proprio quando anche la sua amica dice di aspettare un bambino. Le due donne così possono di nuovo riprendere a sognare e progettare di andare in maternità e di passare le loro vacanze al mare da giugno insieme ai loro bambini, per essere raggiunte nei fine settimana dai loro mariti, lavoratori ovviamente. Ma non era questo un programma che parlava di persone comuni? Quante di noi in tempo di cirsi sono in situazioni simili? Che ne è delle donne che una volta incinte perdono il posto? E di quelle che si ammalano e non hanno diritto alla malattia perché precarie?

Le storie di fallimenti, di difficoltà lavorative, di precarietà, di sofferenza non trovano spazio in tv. In una parola non esistono.

Ovviamente, la donna colpita dal cancro al sistema linfatico viene descritta dal suo compagno come una donna forte e in gamba perché non si è mai lamentata. Un’eroina insomma che tutte le donne dovrebbero prendere a modello. Non è infatti una donna che si lamenta, che ha paura della morte, che crede di non farcela.

Sono proprio la forza e il coraggio di questa donna che permettono al suo uomo di amarla e di restarle vicino, nonostante la malattia, nonostante i timore di lei che lui lo faccia solo per pietà. Timore? Ecco che le paure di questa donna diventano quindi due: quella di non poter più diventare madre e quella di perdere il suo uomo. Ed è quindi la forza d’animo di questa donna che le permette di vincere la sua battaglia contro il cancro senza perdere il suo uomo.

Ingresso tipico del paese

Interessante come all’inizio del programma si dica che statisticamente è impossibile che due amiche siano entrambe colpite dalla stessa malattia. Quando però si scopre che anche l’altra donna ha un melanoma, nessun cenno è fatto ai motivi che possano aver reso questo episodio più probabile anche in giovane età.

Insomma, ecco come in prima serata si parla di cancro. Ma qual è il messaggio che passa?

Questa storia è raccontata come esemplare. Come un modello, l’unico modello possibile, da seguire. La vita e le difficoltà legate alla malattia, al lavoro e alla maternità sono estremamente semplificate. Certo, sono contenta per queste due donne, le cui vite sembrano aver ripreso a scorrere normalmente. Mi dispiace, però, di tutte le altre donne che non potendosi rispecchiare in queste due vite, non trovano spazio nel racconto mediatico della malattia e della rappresentazione dominante del “femminile”. Questo tipo di rappresentazione delle donne sembra puntare il dito contro chi sceglie non ha paura di non indossare la maschera della “donna coraggio”.

Questo tipo di rappresentazione sembra dire, in ultima analisi, che l’unico dramma per una donna trentenne colpita dal cancro è il rischio di non poter più avere bambini, è il rischio di restare sola. Perché avere bambini, essere madre, essere moglie, non può non essere la prioriotà assoluta anche per le donne di oggi, che di figli ne fanno sempre meno. Quello che mi chiedo è quindi questo: non stiamo forse assistendo ad un uso strumentale della malattia e dei drammi privati al fine di convincere le donne italiane che le loro priorità sono e devono essere la famiglia e la maternità?

Approfondimenti e…ringraziamenti:

amazzoniPer fortuna in rete c’è chi si batte per dare spazio a una rappresentazione della donna e della malattia diversa da quella del mainstream. Qui ad esempio trovare l’ultimo contributo de Le Amazzoni Furiose, perfettamente in linea con quanto detto fin ora.

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