Un mondo di esperte per un mondo di disoccupate

Ricevo questo contributo. È un racconto di una di noi, una Linguacciuta, che martedì scorso è stata invitata dalle sue formatrici a una “celebrazione” della giornata internazionale contro la violenza sulle donne presso l’istituto di formazione dove sta seguendo un corso.

In questo istituto hanno anche un’esperta di pari opportunità. Il corso si rivolge a sole donne ed è finalizzato alla creazione di figure professionali impegnate in lavori di cura per la famiglia.

Nel leggerlo mi è venuta in mente una citazione di Ivan Illich sulla formazione che suona più o meno così: “Le scuole creano posti di lavoro per gli insegnanti, indipendentemente da ciò che imparano gli allievi”. Questo perché in tempo di crisi sono molti i corsi di formazione indirizzati a noi disoccupate, inoccupate o precarie. Ogni corso di formazione ci viene presentato come quello che ci permetterà di uscire dalla nostra condizione di non lavoro o di sfruttamento, mentre il più delle volte si rivelano una semplice illusione. Molti di questi corsi servono solo ad attirare persone disperate in modo da riuscire ad ottenere sostentamento per attività di formazione finalizzate a se stesse e al sostentamento dei formatori.

Possiamo parlare forse di un’economia della formazione, che forma e sforna qualifiche e certificati, senza generare un reale cambiamento sociale.

Direte voi che quello di generare cambiamento sociale non è certo il compito di questo tipo di istituzioni. Il punto, però, è che in questi contesti si creano situazioni paradossali, soprattutto quando i formatori si riempiono la bocca di termini cari alla nuova sinistra emancipazionista. Empowerment, partecipazione, politiche di conciliazione. Purtroppo anche queste parole restano il più delle volte semplici slogan che i formatori possono sventolare, nella migliore delle ipotesi, per sentirsi meno in colpa credendo di fare effettivamente qualcosa per gli utenti a cui si rivolgono.

Tra i contributi che mi sono arrivati, su questo tema, ho scelto di pubblicare questo sul 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Mi sembra infatti significativo, e diciamolo anche un po’ triste, che la celebrazione di questa giornata venga considerata parte integrante di un programma formativo di un corso di sole donne, senza cercare in nessun modo di coinvolgere queste donne nella preparazione dell’iniziativa stessa. Significativo è infatti il modo in cui certe celebrazioni vengano calate dall’alto da persone “esperte” e che alle donne più giovani si chieda semplicemente di assistere e partecipare a comando. Voglio infatti specificare che, così come mi è stato scritto in privato, una eventuale defezione a questa giornata da parte di una delle corsiste, avrebbe significato un’assenza in più sul registro. Quella qui descritta è in oggi caso il racconto di un’esperienza specifica e non abbiamo intenzione di dire che ovunque avvenga lo stesso. Di sicuro esistono racconti di esperienze positive e presto proveremo a pubblicarne qualcuno.

Mi auguro, ovviamente, che tutte queste corsiste possano trovare un’occupazione degna di questo nome alla fine del loro corso e che l’esperienza da loro svolta durante i mesi di formazione non resti lettera morta. In bocca al lupo ragazze!

A tutte le altre e gli altri auguro invece una buona lettura, con la speranza che tra le persone che leggono questo blog, ci siano anche persone impegnate nella formazione in modo da aprire una discussione, quanto più costruttiva possibile, partendo proprio da queste parole o comunque da determinare una riflessione.

Vi lascio alle parole linguacciute…

bella e zitta_Bologna_25novembre2013

Le esperte non siamo noi

Lì dove sto andando ogni mattina, da sei mesi a questa parte, per motivi di formazione, la settimana scorsa la responsabile ci ha comunicato che martedì 25 novembre sarebbe stata la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Noi, che siamo tutte donne e, quindi, “naturalmente” in grado di capire l’importanza di quella giornata (e infatti sarà per questo che oltre all’informazione solenne – “il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne” – null’altro è stato aggiunto), martedì siamo state tutte invitate a recarci al corso non all’orario consueto e cioè di mattina, ma di pomeriggio. Il fatto è che, così come ci è stato comunicato, lei (la responsabile) e il suo staff quella mattina sarebbero stati impegnati in qualcosa di inerente al tema a cui è dedicata quella giornata, la violenza sulle donne appunto.

“Ma ci sarà anche un corteo in città? Voi aderite?” Chiedo. “No!” Rispondono con tono di rimprovero loro, mentre io, un po’ in imbarazzo per l’aspetto di ingenuità che d’un tratto sembra aver assunto la mia domanda, mi rassicuro da sola pensando che in effetti loro sono un’istituzione, e che giustamente, come dice l’addetta alle pari opportunità “non possono partecipare ai cortei” e probabilmente non sono neppure tenute a darci troppe spiegazioni sul cosa in realtà faranno la mattina del 25 novembre, perché siamo donne e quindi “naturalmente” possiamo immaginarlo.

Una conferenza stampa? Un incontro segreto tra esperti di politiche di genere per trovare delle misure efficaci ed efficienti contro tutte le forme di violenza sulle donne? Non spetta di sicuro a noi giudicare il loro operato, né di intervenire in queste delicate questioni di politica comunale, nazionale ed internazionale sulle questioni di genere.

No, loro non vanno alle manifestazioni. Punto. Fine della conversazione e del dialogo.

È chiaro. Le esperte di politiche di genere sono loro. Loro sanno in cosa sia opportuno o meno coinvolgerci, in fondo noi siamo qui per ascoltare e imparare. Quindi visto che viviamo in un mondo di esperte, e le esperte NON siamo noi, e questo è chiaro, a noi spetta soltanto ascoltare e ubbidire, senza batter ciglio. Poco importa se qualcuna, quando la responsabile-esperta ha nominato la parola “violenzasulledonne”, ha sentito muovere dentro di sé una corda, un pensiero, un ricordo.

Ma cosa importa?!

Sì è vero, qualcuna tra di noi di violenza in questi anni si è addirittura occupata. Chi nella tesi di laurea, chi di master, chi per esperienza sul campo, chi per sensibilità o interesse…E di violenza, violenza economica s’intende, tutte noi ne sappiamo qualcosa. In questo forse, se è possibile, noi (una trentina in tutto tra inoccupate, disoccupate e precarie) siamo anche più “esperte” di tutte loro messe insieme. Ma cosa importa! Del resto la violenza economica non è una vera forma di violenza, quella con la “V” maiuscola.

Zitte, zitte! Noi dobbiamo stare zitte, non possiamo alzare troppo la voce, chiedere di partecipare! Dobbiamo stare buone e, nei margini che ci sono stati assegnati, ascoltare in silenzio e, se possibile, a tempo debito dire anche qualcosa che faccia fare alle nostre formatrici una bella figura.

E così il 25 novembre, il giorno internazionale contro la violenza sulle donne invece di andare di mattina al nostro bel corso di formazione (che, se dio vorrà, ci permetterà di trovare un lavoro) come abbiamo fatto fin ora e come faremo per altri quattro mesi, siamo andate di pomeriggio, così come ci hanno detto di fare. Il pomeriggio infatti loro non avendo più impegni legati al problema della violenza sulle donne si sono potute dedicare a noi.

Ma attenzione, cosa abbiamo fatto? Certo loro, che sono molto esperte, non potevano essere da meno. E visto che martedì pomeriggio faceva ancora parte del 25 novembre, che per chi non l’avesse ancora capito è i giorno internazionale contro la violenza sulle donne, di pomeriggio abbiamo addirittura visto un bel documentario sulla violenza sulle donne, la visione del quale è stata seguita da un dibattito, altrettanto bello.

Di che documentario si trattava? Il documentario parlava di molte donne vittime silenziose di violenza domestica e a noi, che fino a ieri non avevamo capito bene a cosa saremmo andate incontro, a noi è toccato solo eseguire in ordine l’ordine dato e, in modo ordinato, dare vita al dibattito con domande quanto il più possibile intelligenti e ordinate, ovviamente. E visto che quando ci mettiamo d’impegno, anche noi, che come ormai sarà chiaro a tutti esperte NON siamo, riusciamo a dire cose interessanti, abbiamo anche fatto fare a tutti loro una bella figura con le esperte esterne, che sono state chiamate ad intervenire per l’occasione e che proprio non ci potevano credere di essere circondate da così tante giovani intelligenti.

Che onore!

Tutti questi esperti ed esperte di violenza sulle donne, per noi, solo per noi!

Su donne, precarie, disoccupate fate le buone, indossate il vostro vestito migliore, e anche il vostro sorriso più bello se vi riesce, che con tutte questi esperti ed esperte che parlano di noi e per noi dei nostri problemi prima o poi qualcuna si accorgerà dei nostri reali bisogni e forse un pochino, di tanto in tanto, anche noi saremo ascoltate…sempre che qualcuno o qualcuna si accorga che qualche cosa da dire, in fondo, al di là di una coccarda rosa o arancione da appuntare alla giacca e di un commento intelligente o spiritoso – ché un po’ di ironia non fa mai male – su un documentario in cui ognuna di noi troverà probabilmente un pezzettino di sé, forse ce l’abbiamo pure noi.

 Forza, sorridete, ieri era il 25 novembre in fondo!

 

Ringraziamenti:

  Un grandissimo “GRAZIE” a Stefania per la foto “Bella e zitta!”, scattata a Bologna  durante un corteo, un anno fa.

  Grazie, grazie, grazie ad Ale per leggermi, sempre e in tempo reale, perché senza di lei questo contributo (apparso per un attimo e poi rimosso e poi, grazie a lei, ripubblicato) non sarebbe mai stato condiviso qui! Ecco, se non vi è piaciuto, ora sapete con chi prendervela 🙂

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Il colore degli occhi

bananatripE’ una questione di luce, gli occhi cambiano a seconda della luce e così i miei a volte sono verdi, altre volte azzurri. Di certo non avevo mai pensato ai miei occhi come a degli occhi bianchi e neri.

E invece è proprio così che li ha descritti uno dei miei studenti senegalesi duante una lezione d’italiano come lingua seconda. “Di che colore sono i miei occhi?” ho chiesto. “Bianchi e neri” ha risposto lui, mentre qualcun altro, notando probabilmente una nota di stanchezza nel mio sguardo, ha aggiunto “rossi”.

Eh sì, del bianco e del nero c’è. Solo che io, così abituata a ricevere apprezzamenti positivi sulla parte verde dei miei occhi, non ci avevo mai pensato.

E’ per questo che sulla strada di casa, mentre l’autobus delle 21.30 non ne vuole sapere di ripartire, io, invece di innervosirmi per il solito ritardo dei mezzi di trasporto che collegano la periferia al resto della città, penso a quanto sia grande l’opportunità che abbiamo di insegnare la nostra lingua a persone adulte, uomini e donne di tutte le età, arrivate da poco nel nostro paese, mentre loro ci insegnano a guardare le cose, anche quelle a noi più vicine, da altri punti di vista.

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No dreams, no future

foto_franti_mauro de cortes

franti, foto di mauro de cortes

“Il sole scalderà gli ultimi piani

sotto casa c’è disperazione

se guardo adesso oltre l’insegna

ci vedo il fumo che si sta agitando

sotto la nostra lingua muta, sotto la nostra lingua muta…

No dreams, no future, no dreams, no future”

Così cantavano i Franti tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, urlando la loro rabbia contro un’Europa che li abbandonava, contro un inverno per combattere e i nervi sconnessi, contro un futuro già finito.

E così quando anche mio padre, che fino a qualche tempo fa avrebbe fatto di tutto per tenermi a due passi dal suo cuore, nella stanza accanto alla mia si rivolge a mia made per dirle, con tono grève, che io, sua figlia, dovrei andarmene via da questa città, perché qui non c’è futuro, non ci sono sogni, non c’è speranza, non solo mi ritornano in mente le parole dei Franti (qui trovi tutti i loro testi), ma capisco che è arrivato il momento di partire, cercando di farlo nel modo migliore possibile.

Perché il fututo smette di esistere, se lì dove si vive non si riesce più a sognare.

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La periferia e la violenza subita dai bambini, la storia di Vincenzo

Pianura_Corteo_per_Vincenzo_11ottobre2014

  Vincenzo è un bambino di 14 anni che vive con la sua famiglia a Pianura, quartiere della perferia nord-occidentale di Napoli. Qualche giorno fa Vincenzo è stato preso di mira da alcuni 24enni della zona che dopo averlo offeso perché sovrappeso l’hanno aggredito con una pistola ad aria compressa tanto da procurargli gravissime lesioni all’intestino [vedi qui e qui]. Si è trattato di una insensata quanto brutale violenza. Una violenza che nei giornali è stata definita “sessuale” oppure ricondotta ad un atto di “bullismo”. Ma nulla, neppure le parole possono dare un’idea della portata di un atto così terribile che smuove la sensibilità di tutti e che spinge anche il presidente dell’Osservatorio dei diritti dei minori, Marziale, a un intervento di rimprovero nei confronti dei giornalisti che usano il termine bullismo in luogo di violenza.”Studiate!” è stato detto ai giornalisti da quest’ultimo. Per Marziale è infatti importante ribadire che ci  troviamo di fronte ad atti di “pura violenza” [qui puoi leggere il comunicato stampa].

“Mi ha chiamato qualcuno e mi ha detto che aveva avuto una cattiva digestione” sono le parole della madre di Vincenzo che raccontano l’aggressione subita dal figlio, configurata dal pm, pronto per l’udienza che si terrà domani, come tentato omicidio e violenza sessuale [qui].

Il fatto è accaduto a Pianura, ma poteva accadere in qualsiasi altra periferia urbana, qualsiasi altra periferia dell’esistenza e dell’esistente, poteva accadere ovunque perché, dicono gli esperti, la violenza è diventata strutturale nella nostra società.

Questo per me, per gli operatori e tutti coloro che si schierano contro questa violenza e contro tutte le forme di violenza e di discriminazione contro i bambini, significa che non c’è più spazio (o se esiste è uno spazio ridotto) per il dialogo, per il gioco, per il ridere insieme di qualcosa che riguarda me o l’altro che da queste parti si indica con il verbo pazziare. Fammi pazziare vuol dire non mi escludere, fammi partecipare. Pazziare, come mi ricordava spesso una maestra di strada con cui ho condiviso un po’ del mio percorso di operatrice, si oppone in maniera radicale a paria’ ‘nguoll, a sfottere. Perché se pareo addosso a qualcuno lo escludo, lo rendo vittima, gli impedisco di partecipare al gioco. Si individua il più debole (più debole perché solo e isolato), il diverso, lo si emargina e lo si attacca in maniera brutale, in gruppo con violenza sia verbale che fisica. E’ così triste. Questa violenza non ha più margini. Può esplodere in modo incontrollato nelle periferie, ma anche nelle grandi città, in quei quartieri abbandonati da tutti, in primis dallo  Stato che se c’è si manifesta solo attraverso la repressione.

Nonostante l’evidente gravità dei fatti, però, i responsabili di questo delitto e le loro famiglie si ostinano a portare avanti la loro personale battaglia terminologica. “Si è trattato di uno scherzo”, insistono, “un banale scherzo” [si veda qui].

E così le periferie vuote di tutto, si svuotano anche di significato. La violenza ha tutto lo spazio per regnare sovrana, espandersi e abbattersi contro tutto e tutti  i diversi, gli strani, quelli che si allontanano da quella che viene percepita come la norma(lità). E questa violenza prova a camuffarsi maldestramente dietro le parole di quelli che si credono più forti, più normali, più giusti, potenti. Mentre i più piccoli sono soli o almeno si percepiscono come tali. Soli e impotenti davanti alla televisione, soli e impotenti davanti ad un videogioco, soli a scuola nelle pause tra una lezione di italiano e una di religione. Soli e impotenti, desiderosi solo di essere diversi da quello che sono.

Un po’ di tempo fa ho seguito un bambino in un’altra di quelle periferie urbane lasciate sole da chi dovrebbe interessarsene e invece le abbandona e dove chi ci lavora, chi resiste, chi resta lo fa con pochissimi mezzi e risorse economiche. Un bambino di 6 anni che come Vincenzo era sovrappeso e che per questo era preso in giro da tutti i suoi compagni. “Chiattone, ciccione, ti piace mangiare eh?“. Lui era solo anche quando si usciva insieme e si andava al parco. Non era agile come gli altri bambini e spesso restava indietro, così era escluso dai giochi. Eravamo noi operatrici a giocare con lui quando lui ne aveva voglia. Era difficile rompere quel muro di silenzio che lui si era costruito intorno come un guscio per difendersi dagli attacchi e dagli insulti degli altri e che quindi in realtà gli avevano costretto ad innalzare. Spesso infatti lui preferiva restare solo, perché faceva meno male stare nel suo mondo di fantasia fatto di cibo e di eroi, i suoi eroi del Wrestling, quegli eroi forti, muscolosi e coraggiosi, come lui avrebbe voluto essere oppure da cui sognava solo di essere difeso.

Sì, ha ragione uno psicologo che in relazione alla storia di Vincenzo dice che è necessario “un ritorno a un clima sociale di rifiuto della violenza, vigilanza e protezione dei più deboli da parte di ciascuno di noi, la cancellazione di qualunque comportamento violento da parte di chi ha un’immagine sociale, politici, calciatori, opinion leader, renderà possibile la prevenzione della violenza” [qui]. Fanno bene il Garante dell’Infanzia e il portavoce dell’Osservatorio dei diritti dell’infanzia anche a richiamare l’attenzione dei giornalisti sui loro errori: bullismo? sevizie? No, è violenza pura.

Ma intanto Vincenzo è lì in quel letto di ospedale, dietro ad un vetro che di nuovo lo separa dal resto del mondo mentre chiede alla madre: “Cosa mi è successo?” quando la domanda giusta dovebbe essere: “Cosa mi hanno fatto?”. Cosa ti hanno fatto piccolo Vincenzo, cosa ti abbiamo fatto?

Come operatrice in questo momento mi sento solo di esprimere la mia solidarietà al ragazzo colpito da questo terribile atto di violenza e alla sua famiglia, così come hanno fatto ieri le persone di Pianura. Con la speranza che si rimetta presto, Vincenzo, e che possa piano piano ricucire le ferite di questa terribile vicenda con l’aiuto di quanti in questi giorni stanno prendendo la parola per cercare di dare un senso o almeno un’interpretazione a quanto avvenuto. Con la speranza che Vincenzo e la sua famiglia non vengano lasciati soli dietro un muro di silenzio, vergogna e solitudine. Affinché gli unici che provino vergogna per questa amara e triste vicenda siano gli autori, i resposabili della violenza e gli spettatori silenti e passivi che hanno visto, ma non hanno fatto nulla per impedirla.

Qui le foto della manifestazione di solidarietà per Vincenzo svoltasi ieri a Pianura.

Forza Vincenzo, non sei solo!

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Le inciuciate

“Ma voi perché vi vestite così?” dice una delle bambine del campo estivo, che ritroviamo affacciata alla finestra di casa sua al nostro rientro dall’uscita con gli altri bambini.

“Così come?” diciamo noi. “Strano, vi vestite in modo strano, vi inciuciate” risponde lei e poi esce di casa per mostraci il suo stile, aggiungendo decisa “è così che vi dovete vestire”.

Sì lei continua a vederci come persone strane, diverse, straniere. Questo lo avevamo capito da tempo, ma oggi è un giorno diverso. Oggi vuole sapere qualcosa di noi. Oggi ci fa delle domande sulle nostre vite. Suggerisce a una di noi di fare un figlio. Decide di mostrarci delle foto del suo ragazzo. Infine ci regala tre piccoli adesivi. Tre animaletti. Uno per ognuna di noi. A me capita il coniglietto.

Eh sì, è stata una giornata faticosa, faticosa come molte altre. Ma mentre torno a casa penso che la fatica non è nulla se basta così poco per tornare a casa con un sorriso.

Immagine

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Il piccolo tiracalci

[Via_Cristallini.jpg]

Il piccolo tiracalci è un bambino di sei anni che oggi mi ha dato il suo benvenuto in un quartiere al nord del centro storico di Napoli. “Vattenn’” mi ha detto “Io sono come lei!” ha continuato, riferendosi a una ragazzina di 10 anni che gli stava accanto e che lo zittiva ogni volta che lui provava a dire qualcosa, così come del resto zittiva, alla velocità di un fulmine, tutti quelli che avevano la sventuara di trovarsi davanti ai suoi piedi. Ha la risposta pronta la ragazza. E’ sulla difensiva e parte all’attacco ancor prima di dare agli altri il tempo di capire che avrebbero potuto attaccarla o che forse avrebbero dovuto iniziare a difendersi dai suoi attacchi. Lui, invece, il piccolo tiracalci, è come lei, o almeno è come lei che vorrebbe essere. Io invece sono la straniera, la sconosciuta o forse sarebbe meglio dire la strana che oggi è piombata nel suo territorio, nel suo mondo. “Resti qui per sempre?” mi dice la ragazzina. “No, non resto qui per sempre, io sarò qui solo per alcune settimane e poi verranno altre mie colleghe”. “Eh, vi pagano per stare qui e noi vi daremo da lavorare”, esclama intanto un altro ragazzino alle mie spalle. No, non sono ingenui, hanno gli occhi aperti sul mondo e non si fanno false illusioni. E mentre io sono lì tra di loro divento immediatamente per il piccolo tiracalci un’ottima opportunità per dimostrare ai più grandi che anche lui sa darci dentro, senza timore. E così, temerario e coraggioso, il piccolo tiracalci si avventa su di me gridando “Vattenn’!”. E mi spinge fuori. Lontano. “Vattenn’!”. Perchè non c’è posto per me in quell’angolo di mondo che è quella stanza, quella casa, quel vicolo stretto stretto dove due mondi oggi hanno solo provato ad avvicinarsi…

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Punto interrogativo

“Sei una giovane o una ragazza?” mi chiede, con fare deciso, un bambino alto poco più di mezzo metro questa sera su via Foria. Io lo guardo perplessa e mentre penso “e ora cosa gli dico?”, la mia bocca quasi a muoversi da sola, pronuncia “sono una signora”. E lui? Il piccolo, di fronte a questa risposta, forse inaspettata, forse non capita, si gira e va via ripetendo tra sé e sé “ah una signora”. Mentre io proseguo per la mia strada con un grande punto interrogativo che mi spunta lentamente sulla testa…e sulle spalle il peso di quel muro che con le mie parole ho costruito, senza volerlo, tra le sue domande e le mie paure.

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La donna in croce e il decoro urbano

Le urla di un uomo contro una donna hanno su di me sempre un effetto devastante (anche se sono di una persona che non conosco, anche se provengo dalla finestra), soprattutto se le urla sono accompagnate da rumori di vetri che si rompono e di oggetti lanciati.

La bufera è durata più di dieci minuti, nonostante l’intervento dei vicini di casa e di altre persone del quartiere. Qualcuno addirittura si è messo ad alzare dalla strada i vetri rotti, a spazzarli via nel bel mezzo della tempesta. Ma pian piano le voci sono sfumate, insieme alla rabbia che lentamente è scomparsa nel nulla…E nell’aria, resa pesante dagli epiteti offensivi urlati dall’uomo contro la  donna – “puttana, zozza, sporca…” – si sono alzate le invocazioni a “gesù cristo in faccia alla croce” della donna, “mannaggia ‘a tutt’ ‘e sant'”.

E mentre provo invano a riprendere il mio lavoro, la mia mente vola all’immagine di uno spot contro la violenza sulle donne,  promosso anni fa (era il 2008) dal telefono Rosa di Milano con l’obiettivo di sensibilizzare le persone sul tema della violenza sulle donne, in vista della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre.

Le rappresentazioni della violenza sulle donne in genere sono tutte uguali. In genere l’autore delle violenze è assente dagli spot contro la violenza sulle donne. La donna, vittima di violenza, è invece la protagonista assoluta di questi spot. Nella migliore delle ipotesi, però, la donna è ritratta in posizioni passive, che sottolineano la sua debolezza, la sua sottomissione e incapacità di reagire. Nella peggiore è ritratta, seminuda, in posizioni ambigue o addirittura seduttive.

Lo spot del telefono Rosa di Milano, non si discostava, per molti versi, in maniera radicale dagli altri, tuttavia suscitò molte polemiche.

Era il 2008 e lo spot diceva: “Chi paga per i peccati degli uomini?”. L’immagine era invece quella di una donna, sempre seminuda, ma messa  simbolicamente in una posizione di crocifissione.

E così, apriti cielo!

Ci fu un putiferio di critiche. L’immagine della donna in croce scandalizzava più della violenza stessa!

E così lo spot fu censurato niente meno che dall’assessore al “decoro urbano” e dall’allora sindaco di Milano, che dichiarò: “Farò tutto quanto è in mio potere per evitare l’affissione di questo manifesto, il cui messaggio tira in ballo il simbolo del Cristianesimo e lede il sentimento religioso dei cittadini” (come è riportato qui).

Il sentimento cristiano, appunto, quello a cui spesso le donne vittima di violenza si rivolgono, con la speranza di una momentanea, seppur effimera, consolazione (anche e purtroppo a causa di un’educazione cattolica che le vuole tradizionalmente accondiscendenti in nome dell’unità della famiglia “a tutti i costi”), era stato offeso, molto più di quanto la stessa violenza sulle donne potesse fare?!

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Gli incompleti

 È un pò che ci penso. Mi capita sempre più spesso di imbattermi in persone che mi dicono “mi sono data tempo fino ai trentacinque”, “Il mio limite sono i trentacinque, dopodiché…”, “Se dopo i 35 sarò ancora qui in Italia senza lavoro…”, “L’età massima per fare i figli è 35 anni, dopodiché è meglio lasciar perdere”. C’è poi chi si domanda addirittura: “Che questa ossessione generale nei confronti dell’età che avanza stia rendendo sempre più fragili proprio le trentenni?”. Per non parlare poi dei limiti istituzionali. I 35 anni per un trentenne sono un po’ come i 26 anni per un ventenne. Sono anni che rappresentano il limite oltre il quale, nella maggior parte dei casi, perdi una serie di diritti o opportunità, a cui tra l’altro fino a poco prima non avevi neppure fatto caso (e, forse è il caso di dirlo, se non ci avevi fatto caso è proprio perché non si trattava di grandi opportunità). Bene, tra poco più di sei mesi io avrò trentacinque anni e, non vi nascondo, che un po’ di ansia inizia a venire anche a me.

Vorrei quindi fare un pò di ordine (o di disordine) e interrogarmi sui motivi che sono, a mio avviso, all’origine di quella che è ormai da più parti definita come “la terribile e opprimente paura del tempo che passa”, cercando di andare al di là dei soliti discorsi del tipo: si ha paura delle rughe o si ha paura di diventare adulti. Per avere un’idea infatti del modo in cui la questione è spesso affronta, basta dare un’occhiata ancora una volta qui dove l’ossessione per il tempo che passa è considerata, tra l’altro, non solo un problema esclusivamente e tipicamente femminile (si ha paura della maternità, si legge, ma non della paternità), ma anche qualcosa di riconducibile all’eterna competizione tra donne, in questo caso donne ventenni e donne trentenni! Una guerra tra donne insomma.

Una delle principali motivazioni alla base delle preoccupazioni per il tempo che passa, secondo me, è invece di tipo “economico”, se per economico si intende qualcosa di molto vicino a quello che permette a una persona di essere autonoma e indipendente nelle sue scelte di vita, dandole la possibilità di vivere, ma anche di programmare, sognare e guardare avanti, oltre i 7 giorni o i 7 mesi del contratto a tempo determinato o di formazione o a progetto, che nella migliore delle ipotesi è l’unica cosa decente che si riesce a trovare.

Ho sempre immaginato i trent’anni come l’età dell’indipendenza economica, dell’autonomia, della realizzazione personale. Nel mio immaginario i trent’anni hanno sempre avuto l’aspetto di una persona forte, indipendente e determinata. L’immagine coincide in maniera quasi impressionante con quella di una donna che molti anni fa mio nonno incontrò casualmente in metropolitana, o meglio, come la chiamava lui, la “direttissima”, che era poi il nome con cui fu chiamata, al tempo della sua apertura, la metropolitana che a Napoli collegava i Campi Flegrei al centro storico. Il mio ricordo d’infanzia è eloquente. Un giorno mio nonno, rientrando da lavoro venne nella stanza dove io stavo giocando con i miei cuginetti e guardandomi dritto negli occhi mi disse che quella mattina, nella direttissima, aveva incontrato una donna, di trent’anni circa, stretta in un elegante vestito azzurro, che stava andando molto probabilmente a lavoro, e che lui non aveva potuto fare a meno di associare all’immagine di me-adulta. Mio nonno era molto emozionato. Per lui quell’incontro aveva significato un salto nel futuro, un futuro al quale lui, quasi ottantenne, molto probabilmente non avrebbe potuto partecipare. E un salto nel futuro lo avevo fatto anch’io. Attraverso gli occhi di mio nonno, mi ero vista, vent’anni più grande, prendere la direttissima DA SOLA per ANDARE A LAVORO. Ricordo di aver provato un misto di gioia e timore. Avevo le vertigini. Chiesi inutilmente a mio nonno di soddisfare la mia curiosità con maggiori dettagli: Che lavoro faceva quella donna misteriosa? Come era fatta? Perché l’hai associata a me, nonno? Dimmi, nonno, dimmi di più! Ma la sua discrezione fu grande, troppo per la curiosità di una bambina a cui si erano improvvisamente spalancate le porte del futuro. Le porte dell’autonomia. I trent’anni. Il lavoro, l’autonomia, la libertà…I trent’anni. Quella tappa così importante.

E in effetti così è stato. A trent’anni io ho scelto di andare a vivere da sola. A trent’anni io ho vinto il dottorato. A trent’anni non avevo così paura dei 35 né dei 40.

Ma quando poi il tempo passa e le incertezze, invece di dissolversi, aumentano, cosa succede? Abbiamo paura del tempo che passa perché siamo fragili. Siamo fragili perché non abbiamo certezze sul futuro. Ci sentiamo incompleti, insicuri e le nostre conquiste sono precarie, come i nostri sogni. E allora l’unica cosa che riusciamo a fare è quella di porci dei limiti, dei limiti d’età, nell’illusione o con la speranza che questo possa renderci più stabili, o forse meno instabili. Questi limiti, tuttavia, spesso ci feriscono. Perché non sempre siamo in grado di rispettare le scadenze, e non sempre questo dipende da noi. E così apriamo gli occhi e, se ci va bene, guardiamo oltre, per accorgerci finalmente che no, non siamo stati noi a sceglierli questi maledetti limiti…

Qualche giorno fa, però, leggendo un quotidiano, mi sono imbattuta in una frase di Italo Calvino che diceva più o meno così: “Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Parole che restano inicise nella memoria della figlia del famoso scrittore e che, da lontano, giungono in mio soccorso quando io, ormai trentenne, seppur incompleta, penso ancora a mio nonno con un affettuoso, grande e leggero sorriso.

E gli incompleti, almeno per una notte, dormirono sogni tranquilli.

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La pubblicità non è un bel posto per le identità di genere

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E alla fine di tutta questa storia della pubblicità che ritrae un’immagine della donna stereotipata che cosa resta? Vabbè lo ammetto, inizialmente la questione sollevata da Laura Boldrini mi lasciava un po’ indifferente in quanto: 1. trovo le pubbilcità fastidiose di per sé e le troverei così anche se le donne non stessero ai fornelli e anche se in cucina ci fossero quattro, cinque, sei tipologie di famiglia diverse 2. non sono una che passa le sue giornate davanti la tv. Ascolto però molto la radio e, vi assicuro, la pubblicità anche lì non è un bel posto per le identità di genere 3. sono troppo presa dai miei problemi di sopravvivenza per ritenere una simile questione centrale per la mia vita; ecc, ecc…

Trovo però molto interessanti le reazioni a questa vicenda. C’è chi ha reagito dicendo: “è una vergogna parlare di queste cose in tempo di crisi!”. Chi sulla stessa linea d’onda ha ribadito che i problemi delle donne sono altri. Chi al contrario ha difeso il ruolo di angelo del focolare della donna, dicendo “sono una donna che vive con serenità il suo ruolo di buona moglie e madre che prepara la cena per i suoi figli e il proprio marito” oppure “perché mai la donna che cucina dovrebbe considerarsi inferiore all’uomo, cucinare è una mia scelta”. E chi “Laura Boldrini offende mia madre, mia moglie, la mia fidanzata e pure mia nonna…”. Insomma un putiferio.

Senza entrare nel merito di queste reazioni vorrei soffermarmi su un altro aspetto di tali critiche. Come spesso accade – ahimé – nelle mie ricerche la cosa che ritengo più significativa è qualcosa che non c’è, che manca, qualcosa di assente. L’assenza quindi. L’assenza di un punto di vista. Un punto di vista “maschile”. Tra le tante critiche (da parte di donne e di uomini) provenienti da schieramenti e orientamenti politici diversi, infatti, ho notato che nessuno (donna o uomo) è intervenuto per dire: “ehi, ma guardate che anche gli uomini sono sminuiti da questo tipo di pubblicità, perché non è vero che tutti gli uomini si siedono a tavola e aspettano di essere serviti dalle proprie mogli; non tutti gli uomini si aspettano di avere una moglie sempre sorridente che lascia i problemi fuori la porta…ché poi che motivo avrebbero le mogli di sorridere così tanto all’ora di cena in tempo di crisi? (Ma quest’ultima è un’altra storia!)”.

Continuerò quindi a interrogarmi su questo dato-non dato. Perché è proprio interrogandosi sulle ragioni di questo silenzio che potremmo venire a capo della questione delle identità di genere nel nostro paese. Le domande che dovremmo porci un po’ tutti per andare un più a fondo della vicenda, partendo da noi stessi senza paura di metterci in discussione, sono queste: perché la pubbicità ritrae un unico modello di identità di genere (maschile e femminile)? Esiste vermante un unico modo di “fare” l’uomo e di “fare” la donna? Il nostro sesso – maschile o femminile – è così strettamente legato a queste performace o è possibile, indipendentemente dal sesso biologico, mettere in atto diverse performance a seconda di quello che più ci sentiamo di essere in un dato momento, seguendo i nostri desideri? Quando la pubblicità veicola un solo modello di maschilità e femminilità come l’unico possibile, che tipo di influenza questo tipo di modello avrà sui bambini e sulle bambine? La tv è per molti bambini e bambine un potente mezzo di socializzazione? I bambini e le bambine dove imparano cosa devono fare per essere “uomini” e “donne”?

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