Delle celebrazioni di cui non abbiamo bisogno

10385292_10202927912171261_6503135613483023846_n(1)L’anno scorso il giorno della festa della donna siamo state accolte con mimose lì dove svolgevamo un corso di formazione finanziato da fondi europei per donne disoccupate o inoccupate dai 18 ai 35 anni. Venti donne del sud Italia, ognuna con la sua storia, il suo percorso di vita, le sue esperienze formative e professionali, tanta voglia di fare, accomunate solo da una cosa: la mancanza di lavoro.

Di noi hanno detto tanto. Tante sono state le “celebrazioni” alle quali abbiamo preso parte nel corso del nostro anno formativo.

Il primo giorno di corso siamo state accolte con bibite, caffè e pasticcini dalle istituzioni fiere del modo trasparente con cui erano state svolte le selezioni (ma non dovrebbe essere una cosa normale, di cui quindi nessun ente si dovrebbe vantare come se fosse un fatto straordinario?). Siamo state accolte da tanti complimenti e in particolare mi ricordo l’affermazione di uno di questi rappresentanti istituzionali “siete state brave, brave e fortunate!”.

Sì, aveva pronunciato proprio questa parola “fortunate” e io non vi nascondo di essermi già allora molto innervosita. Non considero oggi come ieri la vittoria di un concorso pubblico una fortuna.

Tuttavia per alcuni di loro eravamo delle fortunate pescate dal mare di disperate meridionali in cerca di occupazione e di un futuro decente. Fortunate perché eravamo in buone mani e il nostro percorso formativo era finalizzato al lavoro. Il Comune aveva infatti bisogno di Operatrici per l’Infanzia. La cittadinanza aveva bisogno di asili nido, ludoteche  e di personale specializzato che si occupasse dei bambini e delle famiglie negli ospedali, nelle case famiglie e nei centri di accoglienza diurni.

Il giorno della celebrazione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne ci hanno donato una coccarda arancione, in memoria delle donne uccise per mano degli uomini, ma anche per celebrare la forza delle donne. Ci hanno chiesto di scrivere su un bigliettino arancione quello che pensavamo della violenza sulle donne. C’erano molte esperte di violenza sulle donne che sgranarono gli occhi alle nostre belle e intelligenti parole. “Così giovani e così preparate! Brave!” ci dissero con una pacca sulla spalla, chiedendoci poi gli indirizzi email per partecipare a una lezione di prova per un corso di autodifesa – solo la prima lezione però sarebbe stata gratuita. Peccato noi fossimo tutte disoccupate. Se avessimo partecipato a quel corso però forse ora avremmo saputo difenderci meglio da chi ci parlò a suo tempo di fortuna!

Una grande cerimonia ci fu anche il giorno della consegna dei nostri diplomi. La cerimonia fu organizzata in pompa magna nella sede istituzionale del Comune. Mancava il Sindaco solo perché in quei giorni era stato sospeso dal suo incarico a causa della legge Severino. C’era al suo posto la delegata alla pari opportunità.

Tutti ci dissero che eravamo state brave, in gamba. Le responsabili del progetto erano sorridenti e felici. Il loro progetto era stato un successo. Dal canto nostro eravamo felici, le istituzioni avevano creduto in noi e in noi avevano investito. Noi avevamo portato a termine un percorso formativo che ci era costato molto in termini di tempo e di impegno, ma che ci aveva dato tante soddisfazioni. Il Comune che più di tutti aveva bisogno di Operatrici Per l’Infanzia e di asili nido (visto che solo il 3% della domanda di asili nido pubblici in questa città così difficile è soddisfatta dall’offerta) sapeva di noi, della nostra esistenza e quella giornata ne era una dimostrazione.

Tuttavia così come siamo abituate alle celebrazioni, noi donne dai 18 ai 35 anni del sud, disoccupate, inoccupate o precarie, sappiamo che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Quello a cui siamo abituate infatti sono anche il vuoto e il silenzio che troppo spesso seguono le celebrazioni.

Di vuoto e silenzio quindi ne abbiamo le tasche piene, quello però che proprio non posso sopportare è l’incongruenza e il rumore di certe azioni incorenti che altro non sono che il frutto di politiche e decisioni sbagliate. 

A un anno di distanza dal nostro corso infatti è finalmente uscito un concorso per maestre e per “istruttori socio educativi” da cui le operatrici per l’infanzia sono state escluse.

Non è infatti possibile partecipare a questo concorso per istruttore socio educativo solo con questo titolo. Ma che cos’è questa nuova figura di istruttore socio educativo che viene improvvisamente introdotta nel sistema di assistenza all’infanzia e soppianta le Operatrici dell’Infanzia, per formare le quali si stanno spendendo ancora un sacco di soldi?

Per diventare Istrutttore Socio Educativo, in ogni caso, serve la laurea specifica in scienze dell’educazione dice il bando oppure un titolo equipollente di durata almeno quinquennale. Peccato che per fare l’OPI sia solo necessario un diploma di scuola superiore e che a Torino per il concorso di educatrice di asilo nido il titolo di OPI sia considerato titolo di ammissione.

Peccato che tutte quelle parole di cui abbiamo dovuto riempirci la testa, si siano tramutate in un nulla di fatto. Peccato che chi avrebbe dovuto tutelarci non si è fatto carico delle nostre esigenze e non ha fatto sì che le nostre voci venissero ascoltate. Peccato che tanti soldi pubblici siano stati spesi nella nostra formazione e che ora questo titolo non sia niente di più che una bella esperienza che ci ha permesso ancora una volta di capire che noi siamo solo numeri che servono nel migliore dei casi a far guadagnare soldi a chi organizza corsi di formazione sulla nostra pelle, divertendosi a organizzare celebrazioni per tutte le ricorrenze femminili che il calendario conosce, in modo da ottenere sempre più visibilità.

Con questo auguro buona festa della donna a tutte le persone che lottano affinché le celebrazioni, così come sono, smettano di esistere.

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About Le Linguacciute

Ho deciso di prendere la parola, appiccicandomi addosso l’etichetta di “linguacciuta”. Un termine che indica l’essere pettegola o l’eccessivamente loquace, tradizionalmente e storicamente utilizzato per stigmatizzare un comportamento considerato, a torto, tipicamente femminile. Intendo farlo mio smontandolo, decostruendolo e frantumandolo in piccole, anzi piccolissime schegge di storie e narrazioni.
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