Il dramma della malattia o della maternità?

sconosciutiVorrei riflettere inisieme a voi dell’episodio che ieri sera, 27 novembre, Rai tre ha mandato in onda in prima serata nell’ambito del programma “Sconosciuti”. Un programma che “racconta ogni sera la storia di uno di noi. Una storia qualunque, una storia unica. La tua storia, le tue scelte, il tuo viaggio alla ricerca della felicità”.

Ieri sera si è raccontata la storia di due amiche che a 30 anni scoprono di avere un tumore. Una al sistema linfatico, una alla pelle, un melanoma. Le storie hanno un lieto fine. Il vissero tutti e felici e contenti è il leitmotiv di questo palinsesto. Entrambe le donne dunque guariscono del tutto. Nessun accenno alle percentuali di recidiva, neppure per il cancro al sistema linfatico. Si dovesse insinuare nella testa delle persone della negatività? La posititvità, è l’ingrediente principale di queste storie perché la serenità degli italiani, in tempi di crisi, non va ulteriormente turbata.

L’unica preoccupazione della donna colpita dal tumore linfatico del resto è quella della possibilità, dopo il cilco di chemio, di non poter aver più figli. In tempi di scarsa prolificità delle italiane, il tema della maternità e delle gioie che essa comporta non può essere trascurato. Della precarietà invece meglio non parlarne, infatti entrambe le protagoniste di questo racconto, riescono anche a trovare, ovviamente grazie alla loro determinanzione (“noi dobbiamo partecipare per vincere” dice una di loro riferendosi ad un concorso per maestra), un bel posto a tempo indeterminato.

Tornando al loro problema di salute, in ogni caso, si parla sì di come le chemio colpiscano in modo violento il corpo (paragonato ad una fortezza colpita da frecce dall’esterno). L’utero della donna in effetti dopo le chemio non è al suo meglio, anzi. Tuttavia la donna, finiti i cicli di chemio e ormai fuori pericolo, riesce a rimanere incinta e, coincidenza vuole, questo accade proprio quando anche la sua amica dice di aspettare un bambino. Le due donne così possono di nuovo riprendere a sognare e progettare di andare in maternità e di passare le loro vacanze al mare da giugno insieme ai loro bambini, per essere raggiunte nei fine settimana dai loro mariti, lavoratori ovviamente. Ma non era questo un programma che parlava di persone comuni? Quante di noi in tempo di cirsi sono in situazioni simili? Che ne è delle donne che una volta incinte perdono il posto? E di quelle che si ammalano e non hanno diritto alla malattia perché precarie?

Le storie di fallimenti, di difficoltà lavorative, di precarietà, di sofferenza non trovano spazio in tv. In una parola non esistono.

Ovviamente, la donna colpita dal cancro al sistema linfatico viene descritta dal suo compagno come una donna forte e in gamba perché non si è mai lamentata. Un’eroina insomma che tutte le donne dovrebbero prendere a modello. Non è infatti una donna che si lamenta, che ha paura della morte, che crede di non farcela.

Sono proprio la forza e il coraggio di questa donna che permettono al suo uomo di amarla e di restarle vicino, nonostante la malattia, nonostante i timore di lei che lui lo faccia solo per pietà. Timore? Ecco che le paure di questa donna diventano quindi due: quella di non poter più diventare madre e quella di perdere il suo uomo. Ed è quindi la forza d’animo di questa donna che le permette di vincere la sua battaglia contro il cancro senza perdere il suo uomo.

Ingresso tipico del paese

Interessante come all’inizio del programma si dica che statisticamente è impossibile che due amiche siano entrambe colpite dalla stessa malattia. Quando però si scopre che anche l’altra donna ha un melanoma, nessun cenno è fatto ai motivi che possano aver reso questo episodio più probabile anche in giovane età.

Insomma, ecco come in prima serata si parla di cancro. Ma qual è il messaggio che passa?

Questa storia è raccontata come esemplare. Come un modello, l’unico modello possibile, da seguire. La vita e le difficoltà legate alla malattia, al lavoro e alla maternità sono estremamente semplificate. Certo, sono contenta per queste due donne, le cui vite sembrano aver ripreso a scorrere normalmente. Mi dispiace, però, di tutte le altre donne che non potendosi rispecchiare in queste due vite, non trovano spazio nel racconto mediatico della malattia e della rappresentazione dominante del “femminile”. Questo tipo di rappresentazione delle donne sembra puntare il dito contro chi sceglie non ha paura di non indossare la maschera della “donna coraggio”.

Questo tipo di rappresentazione sembra dire, in ultima analisi, che l’unico dramma per una donna trentenne colpita dal cancro è il rischio di non poter più avere bambini, è il rischio di restare sola. Perché avere bambini, essere madre, essere moglie, non può non essere la prioriotà assoluta anche per le donne di oggi, che di figli ne fanno sempre meno. Quello che mi chiedo è quindi questo: non stiamo forse assistendo ad un uso strumentale della malattia e dei drammi privati al fine di convincere le donne italiane che le loro priorità sono e devono essere la famiglia e la maternità?

Approfondimenti e…ringraziamenti:

amazzoniPer fortuna in rete c’è chi si batte per dare spazio a una rappresentazione della donna e della malattia diversa da quella del mainstream. Qui ad esempio trovare l’ultimo contributo de Le Amazzoni Furiose, perfettamente in linea con quanto detto fin ora.

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About Le Linguacciute

Ho deciso di prendere la parola, appiccicandomi addosso l’etichetta di “linguacciuta”. Un termine che indica l’essere pettegola o l’eccessivamente loquace, tradizionalmente e storicamente utilizzato per stigmatizzare un comportamento considerato, a torto, tipicamente femminile. Intendo farlo mio smontandolo, decostruendolo e frantumandolo in piccole, anzi piccolissime schegge di storie e narrazioni.
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4 Responses to Il dramma della malattia o della maternità?

  1. Sembra piuttosto una favola che una storia vera, in Italia é già di per sé difficile ottenere un lavoro, figuriamoci : figli lavoro e amore, sopratutto dopo una malattia così grave, sono felice per queste donne, ma tutte queste rose e fiori purtroppo non rispecchiano la nostra attuale società : le donne coraggio sono altre.

    • Sono d’accordissimo con te, grazie per le tue riflessioni. Anche io rifiuto il modello della donna-coraggio inteso come donna in grado di sopportare il dolore in silenzio, senza lamentarsi, con tutta la cultura misogina e sessista che ha alle spalle e ancora lo sostiene. Non se ne può più… Sì sono favole, ci raccontano favole, ma noi non ci crediamo più. A presto!

  2. Grazie del supporto e delle riflessioni sempre preziose

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