La periferia e la violenza subita dai bambini, la storia di Vincenzo

Pianura_Corteo_per_Vincenzo_11ottobre2014

  Vincenzo è un bambino di 14 anni che vive con la sua famiglia a Pianura, quartiere della perferia nord-occidentale di Napoli. Qualche giorno fa Vincenzo è stato preso di mira da alcuni 24enni della zona che dopo averlo offeso perché sovrappeso l’hanno aggredito con una pistola ad aria compressa tanto da procurargli gravissime lesioni all’intestino [vedi qui e qui]. Si è trattato di una insensata quanto brutale violenza. Una violenza che nei giornali è stata definita “sessuale” oppure ricondotta ad un atto di “bullismo”. Ma nulla, neppure le parole possono dare un’idea della portata di un atto così terribile che smuove la sensibilità di tutti e che spinge anche il presidente dell’Osservatorio dei diritti dei minori, Marziale, a un intervento di rimprovero nei confronti dei giornalisti che usano il termine bullismo in luogo di violenza.”Studiate!” è stato detto ai giornalisti da quest’ultimo. Per Marziale è infatti importante ribadire che ci  troviamo di fronte ad atti di “pura violenza” [qui puoi leggere il comunicato stampa].

“Mi ha chiamato qualcuno e mi ha detto che aveva avuto una cattiva digestione” sono le parole della madre di Vincenzo che raccontano l’aggressione subita dal figlio, configurata dal pm, pronto per l’udienza che si terrà domani, come tentato omicidio e violenza sessuale [qui].

Il fatto è accaduto a Pianura, ma poteva accadere in qualsiasi altra periferia urbana, qualsiasi altra periferia dell’esistenza e dell’esistente, poteva accadere ovunque perché, dicono gli esperti, la violenza è diventata strutturale nella nostra società.

Questo per me, per gli operatori e tutti coloro che si schierano contro questa violenza e contro tutte le forme di violenza e di discriminazione contro i bambini, significa che non c’è più spazio (o se esiste è uno spazio ridotto) per il dialogo, per il gioco, per il ridere insieme di qualcosa che riguarda me o l’altro che da queste parti si indica con il verbo pazziare. Fammi pazziare vuol dire non mi escludere, fammi partecipare. Pazziare, come mi ricordava spesso una maestra di strada con cui ho condiviso un po’ del mio percorso di operatrice, si oppone in maniera radicale a paria’ ‘nguoll, a sfottere. Perché se pareo addosso a qualcuno lo escludo, lo rendo vittima, gli impedisco di partecipare al gioco. Si individua il più debole (più debole perché solo e isolato), il diverso, lo si emargina e lo si attacca in maniera brutale, in gruppo con violenza sia verbale che fisica. E’ così triste. Questa violenza non ha più margini. Può esplodere in modo incontrollato nelle periferie, ma anche nelle grandi città, in quei quartieri abbandonati da tutti, in primis dallo  Stato che se c’è si manifesta solo attraverso la repressione.

Nonostante l’evidente gravità dei fatti, però, i responsabili di questo delitto e le loro famiglie si ostinano a portare avanti la loro personale battaglia terminologica. “Si è trattato di uno scherzo”, insistono, “un banale scherzo” [si veda qui].

E così le periferie vuote di tutto, si svuotano anche di significato. La violenza ha tutto lo spazio per regnare sovrana, espandersi e abbattersi contro tutto e tutti  i diversi, gli strani, quelli che si allontanano da quella che viene percepita come la norma(lità). E questa violenza prova a camuffarsi maldestramente dietro le parole di quelli che si credono più forti, più normali, più giusti, potenti. Mentre i più piccoli sono soli o almeno si percepiscono come tali. Soli e impotenti davanti alla televisione, soli e impotenti davanti ad un videogioco, soli a scuola nelle pause tra una lezione di italiano e una di religione. Soli e impotenti, desiderosi solo di essere diversi da quello che sono.

Un po’ di tempo fa ho seguito un bambino in un’altra di quelle periferie urbane lasciate sole da chi dovrebbe interessarsene e invece le abbandona e dove chi ci lavora, chi resiste, chi resta lo fa con pochissimi mezzi e risorse economiche. Un bambino di 6 anni che come Vincenzo era sovrappeso e che per questo era preso in giro da tutti i suoi compagni. “Chiattone, ciccione, ti piace mangiare eh?“. Lui era solo anche quando si usciva insieme e si andava al parco. Non era agile come gli altri bambini e spesso restava indietro, così era escluso dai giochi. Eravamo noi operatrici a giocare con lui quando lui ne aveva voglia. Era difficile rompere quel muro di silenzio che lui si era costruito intorno come un guscio per difendersi dagli attacchi e dagli insulti degli altri e che quindi in realtà gli avevano costretto ad innalzare. Spesso infatti lui preferiva restare solo, perché faceva meno male stare nel suo mondo di fantasia fatto di cibo e di eroi, i suoi eroi del Wrestling, quegli eroi forti, muscolosi e coraggiosi, come lui avrebbe voluto essere oppure da cui sognava solo di essere difeso.

Sì, ha ragione uno psicologo che in relazione alla storia di Vincenzo dice che è necessario “un ritorno a un clima sociale di rifiuto della violenza, vigilanza e protezione dei più deboli da parte di ciascuno di noi, la cancellazione di qualunque comportamento violento da parte di chi ha un’immagine sociale, politici, calciatori, opinion leader, renderà possibile la prevenzione della violenza” [qui]. Fanno bene il Garante dell’Infanzia e il portavoce dell’Osservatorio dei diritti dell’infanzia anche a richiamare l’attenzione dei giornalisti sui loro errori: bullismo? sevizie? No, è violenza pura.

Ma intanto Vincenzo è lì in quel letto di ospedale, dietro ad un vetro che di nuovo lo separa dal resto del mondo mentre chiede alla madre: “Cosa mi è successo?” quando la domanda giusta dovebbe essere: “Cosa mi hanno fatto?”. Cosa ti hanno fatto piccolo Vincenzo, cosa ti abbiamo fatto?

Come operatrice in questo momento mi sento solo di esprimere la mia solidarietà al ragazzo colpito da questo terribile atto di violenza e alla sua famiglia, così come hanno fatto ieri le persone di Pianura. Con la speranza che si rimetta presto, Vincenzo, e che possa piano piano ricucire le ferite di questa terribile vicenda con l’aiuto di quanti in questi giorni stanno prendendo la parola per cercare di dare un senso o almeno un’interpretazione a quanto avvenuto. Con la speranza che Vincenzo e la sua famiglia non vengano lasciati soli dietro un muro di silenzio, vergogna e solitudine. Affinché gli unici che provino vergogna per questa amara e triste vicenda siano gli autori, i resposabili della violenza e gli spettatori silenti e passivi che hanno visto, ma non hanno fatto nulla per impedirla.

Qui le foto della manifestazione di solidarietà per Vincenzo svoltasi ieri a Pianura.

Forza Vincenzo, non sei solo!

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About Le Linguacciute

Ho deciso di prendere la parola, appiccicandomi addosso l’etichetta di “linguacciuta”. Un termine che indica l’essere pettegola o l’eccessivamente loquace, tradizionalmente e storicamente utilizzato per stigmatizzare un comportamento considerato, a torto, tipicamente femminile. Intendo farlo mio smontandolo, decostruendolo e frantumandolo in piccole, anzi piccolissime schegge di storie e narrazioni.
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3 Responses to La periferia e la violenza subita dai bambini, la storia di Vincenzo

  1. Pingback: Il rispetto, l’autorità e il terrore: riflessioni sulla storia di Vincenzo | Sopravvivere non mi basta

  2. assunta guarino says:

    condivido moltissimo l’articolo, e voglio anche che giri.
    a proposito, io ho capito perchè la madre del ragazzo che ha violentato Vincenzo dice che il figlio “vuleva pazziare”: perchè non poteva tornare indietro, perchè nel momento esatto che tutta la gente civile le ha dato addosso e le ha sputato in faccia la barbarie del figlio lei ha capito che in fondo non si era mai occupata del figlio, non ne sapeva un cazzo.
    E quindi quel “vuleva pazziare” non è altro che l’ultimo atto di una commedia, la finta di una donna che non è stata mai una madre e porterà negli occhi lo scempio che non si può confessare del mostro che è suo figlio.
    Con l’avvento della coscienza, sono sicura, anche questo sarà dolore.

    • Grazie mille Assunta per le tue riflessioni. Sono contenta che l’articolo ti sia piaciuto. Non commettiamo però l’errore che hanno fatto in tanti in quei giorni di puntare il dito contro la madre del responsabile di questa violenza. Io vedo questa donna più come una vittima della violenza sociale e familiare in cui vive, che come la responsabile di quello che ha fatto il figlio.

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