Gli incompleti

 È un pò che ci penso. Mi capita sempre più spesso di imbattermi in persone che mi dicono “mi sono data tempo fino ai trentacinque”, “Il mio limite sono i trentacinque, dopodiché…”, “Se dopo i 35 sarò ancora qui in Italia senza lavoro…”, “L’età massima per fare i figli è 35 anni, dopodiché è meglio lasciar perdere”. C’è poi chi si domanda addirittura: “Che questa ossessione generale nei confronti dell’età che avanza stia rendendo sempre più fragili proprio le trentenni?”. Per non parlare poi dei limiti istituzionali. I 35 anni per un trentenne sono un po’ come i 26 anni per un ventenne. Sono anni che rappresentano il limite oltre il quale, nella maggior parte dei casi, perdi una serie di diritti o opportunità, a cui tra l’altro fino a poco prima non avevi neppure fatto caso (e, forse è il caso di dirlo, se non ci avevi fatto caso è proprio perché non si trattava di grandi opportunità). Bene, tra poco più di sei mesi io avrò trentacinque anni e, non vi nascondo, che un po’ di ansia inizia a venire anche a me.

Vorrei quindi fare un pò di ordine (o di disordine) e interrogarmi sui motivi che sono, a mio avviso, all’origine di quella che è ormai da più parti definita come “la terribile e opprimente paura del tempo che passa”, cercando di andare al di là dei soliti discorsi del tipo: si ha paura delle rughe o si ha paura di diventare adulti. Per avere un’idea infatti del modo in cui la questione è spesso affronta, basta dare un’occhiata ancora una volta qui dove l’ossessione per il tempo che passa è considerata, tra l’altro, non solo un problema esclusivamente e tipicamente femminile (si ha paura della maternità, si legge, ma non della paternità), ma anche qualcosa di riconducibile all’eterna competizione tra donne, in questo caso donne ventenni e donne trentenni! Una guerra tra donne insomma.

Una delle principali motivazioni alla base delle preoccupazioni per il tempo che passa, secondo me, è invece di tipo “economico”, se per economico si intende qualcosa di molto vicino a quello che permette a una persona di essere autonoma e indipendente nelle sue scelte di vita, dandole la possibilità di vivere, ma anche di programmare, sognare e guardare avanti, oltre i 7 giorni o i 7 mesi del contratto a tempo determinato o di formazione o a progetto, che nella migliore delle ipotesi è l’unica cosa decente che si riesce a trovare.

Ho sempre immaginato i trent’anni come l’età dell’indipendenza economica, dell’autonomia, della realizzazione personale. Nel mio immaginario i trent’anni hanno sempre avuto l’aspetto di una persona forte, indipendente e determinata. L’immagine coincide in maniera quasi impressionante con quella di una donna che molti anni fa mio nonno incontrò casualmente in metropolitana, o meglio, come la chiamava lui, la “direttissima”, che era poi il nome con cui fu chiamata, al tempo della sua apertura, la metropolitana che a Napoli collegava i Campi Flegrei al centro storico. Il mio ricordo d’infanzia è eloquente. Un giorno mio nonno, rientrando da lavoro venne nella stanza dove io stavo giocando con i miei cuginetti e guardandomi dritto negli occhi mi disse che quella mattina, nella direttissima, aveva incontrato una donna, di trent’anni circa, stretta in un elegante vestito azzurro, che stava andando molto probabilmente a lavoro, e che lui non aveva potuto fare a meno di associare all’immagine di me-adulta. Mio nonno era molto emozionato. Per lui quell’incontro aveva significato un salto nel futuro, un futuro al quale lui, quasi ottantenne, molto probabilmente non avrebbe potuto partecipare. E un salto nel futuro lo avevo fatto anch’io. Attraverso gli occhi di mio nonno, mi ero vista, vent’anni più grande, prendere la direttissima DA SOLA per ANDARE A LAVORO. Ricordo di aver provato un misto di gioia e timore. Avevo le vertigini. Chiesi inutilmente a mio nonno di soddisfare la mia curiosità con maggiori dettagli: Che lavoro faceva quella donna misteriosa? Come era fatta? Perché l’hai associata a me, nonno? Dimmi, nonno, dimmi di più! Ma la sua discrezione fu grande, troppo per la curiosità di una bambina a cui si erano improvvisamente spalancate le porte del futuro. Le porte dell’autonomia. I trent’anni. Il lavoro, l’autonomia, la libertà…I trent’anni. Quella tappa così importante.

E in effetti così è stato. A trent’anni io ho scelto di andare a vivere da sola. A trent’anni io ho vinto il dottorato. A trent’anni non avevo così paura dei 35 né dei 40.

Ma quando poi il tempo passa e le incertezze, invece di dissolversi, aumentano, cosa succede? Abbiamo paura del tempo che passa perché siamo fragili. Siamo fragili perché non abbiamo certezze sul futuro. Ci sentiamo incompleti, insicuri e le nostre conquiste sono precarie, come i nostri sogni. E allora l’unica cosa che riusciamo a fare è quella di porci dei limiti, dei limiti d’età, nell’illusione o con la speranza che questo possa renderci più stabili, o forse meno instabili. Questi limiti, tuttavia, spesso ci feriscono. Perché non sempre siamo in grado di rispettare le scadenze, e non sempre questo dipende da noi. E così apriamo gli occhi e, se ci va bene, guardiamo oltre, per accorgerci finalmente che no, non siamo stati noi a sceglierli questi maledetti limiti…

Qualche giorno fa, però, leggendo un quotidiano, mi sono imbattuta in una frase di Italo Calvino che diceva più o meno così: “Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Parole che restano inicise nella memoria della figlia del famoso scrittore e che, da lontano, giungono in mio soccorso quando io, ormai trentenne, seppur incompleta, penso ancora a mio nonno con un affettuoso, grande e leggero sorriso.

E gli incompleti, almeno per una notte, dormirono sogni tranquilli.

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About Le Linguacciute

Ho deciso di prendere la parola, appiccicandomi addosso l’etichetta di “linguacciuta”. Un termine che indica l’essere pettegola o l’eccessivamente loquace, tradizionalmente e storicamente utilizzato per stigmatizzare un comportamento considerato, a torto, tipicamente femminile. Intendo farlo mio smontandolo, decostruendolo e frantumandolo in piccole, anzi piccolissime schegge di storie e narrazioni.
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One Response to Gli incompleti

  1. laura says:

    Mi piace e mi piaci tu che sin da piccola sei sempre stata profonda e sensibile. Mi piace che pensi e non ti fermi ai luoghi comuni. Troppo facile trovare definizioni per tutto e tutti, generalizzare, decretare vittorie e insuccessi in base all’età, al voto, al niente che è intorno a questa persone. Mi piaci, perchè nonostante tutto sei ricca dentro e hai tanto da insegnare agli altri.
    Laura

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