La pubblicità non è un bel posto per le identità di genere

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E alla fine di tutta questa storia della pubblicità che ritrae un’immagine della donna stereotipata che cosa resta? Vabbè lo ammetto, inizialmente la questione sollevata da Laura Boldrini mi lasciava un po’ indifferente in quanto: 1. trovo le pubbilcità fastidiose di per sé e le troverei così anche se le donne non stessero ai fornelli e anche se in cucina ci fossero quattro, cinque, sei tipologie di famiglia diverse 2. non sono una che passa le sue giornate davanti la tv. Ascolto però molto la radio e, vi assicuro, la pubblicità anche lì non è un bel posto per le identità di genere 3. sono troppo presa dai miei problemi di sopravvivenza per ritenere una simile questione centrale per la mia vita; ecc, ecc…

Trovo però molto interessanti le reazioni a questa vicenda. C’è chi ha reagito dicendo: “è una vergogna parlare di queste cose in tempo di crisi!”. Chi sulla stessa linea d’onda ha ribadito che i problemi delle donne sono altri. Chi al contrario ha difeso il ruolo di angelo del focolare della donna, dicendo “sono una donna che vive con serenità il suo ruolo di buona moglie e madre che prepara la cena per i suoi figli e il proprio marito” oppure “perché mai la donna che cucina dovrebbe considerarsi inferiore all’uomo, cucinare è una mia scelta”. E chi “Laura Boldrini offende mia madre, mia moglie, la mia fidanzata e pure mia nonna…”. Insomma un putiferio.

Senza entrare nel merito di queste reazioni vorrei soffermarmi su un altro aspetto di tali critiche. Come spesso accade – ahimé – nelle mie ricerche la cosa che ritengo più significativa è qualcosa che non c’è, che manca, qualcosa di assente. L’assenza quindi. L’assenza di un punto di vista. Un punto di vista “maschile”. Tra le tante critiche (da parte di donne e di uomini) provenienti da schieramenti e orientamenti politici diversi, infatti, ho notato che nessuno (donna o uomo) è intervenuto per dire: “ehi, ma guardate che anche gli uomini sono sminuiti da questo tipo di pubblicità, perché non è vero che tutti gli uomini si siedono a tavola e aspettano di essere serviti dalle proprie mogli; non tutti gli uomini si aspettano di avere una moglie sempre sorridente che lascia i problemi fuori la porta…ché poi che motivo avrebbero le mogli di sorridere così tanto all’ora di cena in tempo di crisi? (Ma quest’ultima è un’altra storia!)”.

Continuerò quindi a interrogarmi su questo dato-non dato. Perché è proprio interrogandosi sulle ragioni di questo silenzio che potremmo venire a capo della questione delle identità di genere nel nostro paese. Le domande che dovremmo porci un po’ tutti per andare un più a fondo della vicenda, partendo da noi stessi senza paura di metterci in discussione, sono queste: perché la pubbicità ritrae un unico modello di identità di genere (maschile e femminile)? Esiste vermante un unico modo di “fare” l’uomo e di “fare” la donna? Il nostro sesso – maschile o femminile – è così strettamente legato a queste performace o è possibile, indipendentemente dal sesso biologico, mettere in atto diverse performance a seconda di quello che più ci sentiamo di essere in un dato momento, seguendo i nostri desideri? Quando la pubblicità veicola un solo modello di maschilità e femminilità come l’unico possibile, che tipo di influenza questo tipo di modello avrà sui bambini e sulle bambine? La tv è per molti bambini e bambine un potente mezzo di socializzazione? I bambini e le bambine dove imparano cosa devono fare per essere “uomini” e “donne”?

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About Le Linguacciute

Ho deciso di prendere la parola, appiccicandomi addosso l’etichetta di “linguacciuta”. Un termine che indica l’essere pettegola o l’eccessivamente loquace, tradizionalmente e storicamente utilizzato per stigmatizzare un comportamento considerato, a torto, tipicamente femminile. Intendo farlo mio smontandolo, decostruendolo e frantumandolo in piccole, anzi piccolissime schegge di storie e narrazioni.
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2 Responses to La pubblicità non è un bel posto per le identità di genere

  1. Paolo1984 says:

    mah..io ho sentito anche commenti un po’ patetici di uomini che rivendicavano il fatto di essere loro a servire in tavola come se si trattasse di scalare l’everest..trovo questa rivendicazione del mestolo un po’ ridicola sia che la facciano uomini o donne anche perchè boldrini non vuole togliere il mestolo a nessuno/a nè tantomeno vuole impedire alle donne di occuparsi dei familiari.
    Ci sono tanti modi di vivere la propria mascolinità e femminilità, più o meno diffusi ma tutti legittimi., una persona che vive la sua mascolinità ofemminilità in un modo non è per questo meno libera e autentica di chi la vive in un altro
    Noi tutti siamo un mix di natura, cultura e storia ma questo non ci rende incapaci di decidere per noi stessi..

    • Paolo sono d’accordo con te sul fatto che i commenti di chi crede di essere un eroe solo perchè fa i piatti o cucina sono fastidiosi; questo atteggiamento infatti non fa altro che rafforzare l’idea che la donna è quella socialmente o peggio naturalmente predisposta a stare ai fornelli…mentre l’uomo che lo fa è speciale, si distingue…Tuttavia tu parli di fornelli, ma non di servizi domestici (hai forse mai sentito uno uomo che ti dice in maniera orgogliosa di stirare, lavare il bagno o i pavimenti?!).

      Le donne, in ogni caso, sono quelle che nel nostro paese continauno a doversi farsi carico, in maniera quasi esclusiva, dei lavori domestici…questo è un dato di fatto, verificato e sotenuto da dati statistici. Al massimo, se lavorano e non riescono a farlo, più che dividere il carico di questi lavori con il proprio compagno o marito, ricorrono al lavoro di una domestica…su questi dati è necessario riflettere in maniera autocritca per cercare di cambiare effettivamente le cose.

      Tu dici inoltre che Boldrini non vuole togliere il mestolo a nessuno…ma neppure io!
      Qualcuno si dovrà pure occupare della casa, dei figli o dei genitori anziani…ma non è necessario che questo “qualcuno” debba essere come spesso succede, una donna. Anzi non può più essere così.
      Non si tratta infatti di capire chi debba o non debba stare ai fornelli, in base ai propri desideri, predisposizione o altro. Si tratta invece di riflettere su come mai la pubblicità metta sempre e solo le donne ai fornelli oppure con scopa e paletta in mano, riproducendo e rafforzando uno stereotipo che vede le donne come le persone naturalmente e socialmente predisposte ai lavori di casa, di cura, ecc…

      E’ vero che ci sono tanti modi di essere donna e uomo, tanti modi di vivere la maschilità e la femminilità. Io lo sostengo.
      Ma come mai la pubblicità nella maggior parte dei casi decide di dar voce solo a uno di questi modelli, associando puntualmente la donna alla casa e allo spazio domestico e l’uomo al mondo del lavoro?

      Come mai ogni volta che si parla di queste cose, ci sono più polemiche (anche da parte delle donne, tra l’altro) che autocritiche?

      Prima di salutarti condivido con te un altro e recentissimo esempio di pubblicità sessista, che mostra come il problema non sia solo italiano (ho preso questo esempio dalla pagina di un’amica come me impegnata su questo fronte e quindi la ringrazio: un grazie a Serbilla)

      http://www.20minutos.es/noticia/1935289/0/polemica-anuncio/rae-aniversario/ama-de-casa/#xtor=AD-15&xts=467263

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